Per rendere palese il portato di questa sparizione, un comitato di cittadini attivo da un anno a Palermo, I Cantieri che Vogliamo, ha promosso Cultura Bene Comune, una tre giorni (dal 6 all' 8 gennaio) di forum, laboratori, performance e spettacoli realizzata con il lavoro volontario di settanta diverse associazioni e un centinaio di artisti. La percezione di questo pieno (di proposte, conflittualità, ipotesi: soprattutto di studio) ha rivelato le proporzioni del vuoto al quale Palermo ha fatto l' abitudine; non soltanto un vuoto di vita culturale ma soprattutto di vita politica reale, di partecipazione, di diritto all' autoconvocazione e alla riappropriazione. Qualcosa che si è generato lentamente trasformando lo spazio sociale in un deserto. Nel momento in cui diciamo che Palermo è sparita non stiamo ricorrendo a una facile iperbole: stiamo prendendo atto di un' esperienza malinconicamente verificabile. Nella percezione pubblica, in quella mediatica, Palermo è diventata una città fatta d' aria, irreperibile sulle mappe. Invece che recuperare terreno e irrobustirsi sul versante civile, Palermo ha affrontato gli ultimi quindici anni impegnata in un esercizio di scomparsa. L' ultima decade, quella della gestione Cammarata, ha condotto a livelli di acquiescenza traumatici. La goccia - è il caso di dire - che ha fatto traboccare il vaso è stata, lo scorso 8 novembre, un "invito a manifestare interesse" nei confronti dei Cantieri che l' amministrazione cittadina ha mandato agli imprenditori. In sostanza, dopo avere ignorato la lettera aperta che nei mesi scorsi I Cantieri che Vogliamo le aveva indirizzato sollecitando attenzione sul destino di questo patrimonio, l' amministrazione locale dà platealmente le spalle all' aggettivo con cui è nominato lo spazio in questione - Cantieri Culturali della Zisa - tagliando fuori dalla discussione le associazioni culturali. Per questi motivi le tre giornate di Cultura Bene Comune - subito evolute in forma di presidio - hanno avuto e potranno avere una funzione fondamentale. Prima di tutto perché dopo anni in cui Palermo si limitava, nella migliore delle ipotesi, a notare l' assenza di una vita culturale, ha cominciato, tramite terapia d' urto, a sentirne la mancanza. In secondo luogo perché queste tre giornate hanno dichiarato la rottura di una subalternità. Nona qualcun altro maa se stessi, ai propri alibi, alla propria coazione a smarcarsi. Al netto di tutte le autoillusioni, continuando a coniugare in modo adulto fiducia e capacità critica, forse questa volta sarà possibile, una goccia dopo l' altra, drenare l' acqua e liberare lo spazio.
- GIORGIO VASTA
pubblicato originariamente su Repubblica 12/01/2012 pg.50

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